//Leo Callone: un fondista a tutto tondo

Leo Callone: un fondista a tutto tondo

Su Leardo Callone, nel web, si può trovare una varietà di informazioni: vita, famiglia, carriera, addirittura un libro (“Bracciate per la vita”) da cui è stato tratto anche un film (“100 milioni di bracciate”), i quali narrano la biografia di Leo Callone – il mitico “Caimano del Lario” – soffermandosi su alcuni particolari episodi, imprese significative, ma anche momenti delicati e prettamente privati come la precoce morte del padre e l’ancor più inaspettata scomparsa del giovane figlio.

Ma chi è Leo Callone per me?

Leo è il “Classico Fondista”: un nuotatore caparbio, che si è costruito da solo la sua carriera nel nuoto, partendo da una passione, quella passione che conosco bene.

E lo dice lui stesso:

Sono di Mandello del Lario, quindi ho avuto praticamente una vita vista lago. Ho cominciato a nuotare “ufficialmente” a 12 anni, con la Canottieri Moto Guzzi. Sono sempre stato molto competitivo, a tal punto che pur non avendo l’età per partecipare a molte gare, cercavo qualsiasi scorciatoia per riuscire a farne parte. Da lì il percorso è stato ricco di piccole e grandi imprese: ho fatto numerose gare in piscina (vincendone almeno 300) e altrettante in acque libere (vincendone altre 200). Le estati della mia vita sono sempre state dedicate alle gare di gran fondo (Brasile, Egitto, Olanda, Scozia, Siria) ma non mi sono fatto mancare anche le imprese in solitaria nel mio amato Lago di Como.

Chi mi segue, avrà già capito da queste parole che io e Leo non condividiamo solamente la passione del nuoto, ma siamo anche entrambi mossi da quello spirito di avventura che ci spinge sempre oltre.

Difatti, molte sue imprese sono permeate da quasi un alone di avventura: vedi la nuotata nel Lago di Loch Ness o in Guatemala.

Io ho avuto la fortuna di conoscerlo durante la mia giovane età, vivendo con lui alcune esperienze importanti, e ciò che mi ha sempre colpito di lui è la capacità di entusiasmarsi, resistere, senza non mollare mai. Lui, più di me, ricorda il modo in cui cercavo di stare dietro alla sua frenesia, che oggi è un po’ anche la mia.

Ho conosciuto Andrea a 10 anni e lo portavo in Canottieri con me a nuotare nelle zone di Lecco. Ho conosciuto presto tutta la sua famiglia e l’ho seguito con piacere in qualche gara. Fino alle Olimpiadi di Sidney andavamo a Como insieme a Vismara ogni mattina, per allenarci insieme. Poi i miei problemi di salute e i suoi impegni familiari, hanno fatto sì che ci separassimo per un certo periodo di tempo, ma ho sempre seguito tutta la sua carriera con gioia. Si può dire che abbiamo passato insieme quasi tutti i giorni che vanno dal 1990 al 2005, 15 anni insomma. Penso che sia un grande nuotatore, sia delfino che in stile libero, e dalla sua ha un’ottima velocità e resistenza. Sarò il primo a fare il tifo per lui durante la sua Traversata.

Probabilmente non lo immagina, ma è stato anche grazie a lui e ai suoi epici racconti che ho cominciato a coltivare in me questo sogno di voler attraversare la Manica a nuoto, proprio come fece lui nel 1981, quando le condizioni (alimentazione, regolamenti, persino allenamenti) erano molto diverse da quelle che sono ora.

Ho iniziato ad allenarmi per la mia Traversata a settembre del 1980, puntando inizialmente sull’accrescere la mia resistenza; per questo andavo in palestra e nuotavo almeno 60km a settimana in piscina. Volevo che la mia mente lavorasse sulla fatica che avrei sicuramente incontrato in mare aperto tra l’Inghilterra e la Francia: le ore sono tante e in acqua ci sei solo tu e la tua testa. Ho cercato quindi di allenare mente e fisico, perché – so che Andrea concorda con me in questo – per raggiungere il traguardo, vale per il 50% la tecnica e per l’altro 50% la testa. Se non si ha equilibrio non si arriva alla fine.
Successivamente ho cercato di preparare il mio corpo all’acqua fredda, quindi da maggio del 1981 ho nuotato nel lago per 3 ore al giorno a temperature dagli 11°C fino ai 17°C.
Dal punto di vista alimentare, all’epoca non vi erano soluzioni energetiche: io bevevo brodo di pollo, the con miele e spremuta di arancia per tenermi in forze; la preparazione era un po’ sommaria sotto questo aspetto.
Insomma, alla fine ho dedicato un anno intero a questa sfida, e il 9 agosto del 1981 feci la mia prima Traversata della Manica a nuoto.
Entrammo in 14 nelle fredde acque inglesi (15°C in media), e quel giorno il meteo non fu molto clemente: giornata senza sole, mare forza 3, pioggerelline sparse. A metà del tragitto, 7 di noi abbandonarono per il freddo, persino gli atleti più preparati come un Canadese primatista dei 200 delfino o un americano plurimedagliato.
Mi fermai un attimo per dei rifornimenti e feci l’errore di considerare insieme al mio team che mancavano solo 5km al traguardo, perché così facendo convinsi la mia mente che dovesse fare solo un ultimo sforzo.
Dieci minuti dopo, una corrente atlantica mi spostò di 15km e in due ore di nuotata mi ritrovai allo stesso punto di prima. Uno dopo l’altro si arresero tutti e fui sul punto anch’io di mollare – non è facile chiedere alla propria mente di nuotare ancora per due ore quando l’avevi convinta di essere a un passo dall’arrivo.
Ma lì, proprio sul punto di cedere, lo skipper mi segnalò una corrente che – se imboccata – mi avrebbe portato più velocemente verso la spiaggia, e così è stato.
Quel giorno fui l’unico a compiere l’impresa dei 14 con i quali partii, e ci impiegai 13 ore e 7 minuti.

Sentendo questi suoi racconti esperienziali e accostandoli alle dure prove che la vita gli ha riservato, penso che Leo incalzi perfettamente il concetto di resilienza.

Tutte le sfide che ha superato, sia nel nuoto che nella sua sfera privata, dimostrano che ci vuole tempra per rialzarsi, tempra per continuare, tempra per spingersi comunque in avanti.

Non ci si riprende mai dalla morte di un figlio, ma Leo Callone è riuscito a rientrare comunque in acqua in seguito all’incontro con Padre Mario Balbiani, che lo spinse a ricominciare in memoria di Nicola Callone, il cui nome nel 2011 venne dato alla Clinica e alla Parrocchia di San Luis (Guatemala), in sua memoria.

È sempre stato una persona generosa e altruista ed è anche per questo che ho scelto il suo supporto per prepararmi in vista della Traversata.

Quali consigli sono più preziosi se forniti da colui che ha percorso 100.000.000 di bracciate nella sua vita?

Come ho detto ad Andrea, la Traversata della Manica non è da sottovalutare. Bisogna essere sempre vigili ma soprattutto, ciò che consiglio di più, è parlare: comunicare come ci si sente, i propri stati d’animo, le proprie perplessità, fornire un feedback sul proprio stato di salute e sui propri pensieri. Il team va tenuto al corrente costantemente, perché nulla va preso sotto gamba, non è uno scherzo.
Il tempo poi – ripeto – è una componente che non va assolutamente calcolata: crea aspettative, abitua la mente in modo sbagliato, e ricordiamo che essa dovrà già essere impegnata a convivere con il freddo, a tenerlo a bada, soprattutto dopo un tot di ore. È facile essere arzilli e pimpanti, ma dopo ore di nuotata la stanchezza fa avvertire il freddo in tutta la sua potenza.
L’ultima componente fondamentale della quale va tenuto conto è la luna, la luna e le sue maree.
La Manica ha di per sé 4 maree nel corso della giornata: salita, discesa, risalita e discesa.
È di vitale importanza fare la Traversata con il quarto di luna perché durante i 3 giorni di quarto, difatti, queste maree raggiungono massimo i 4 metri – e sono gestibili – altrimenti arrivano anche a 6 metri e mezzo e risultano troppo impetuose da attraversare.
La Traversata – incredibile a dirlo – va studiata a tavolino.
Se Andrea partirà alle 8.00 con la marea in discesa dalle coste inglesi, dopo 6 ore dovrebbe trovarsi a metà per incontrare l’altra marea che va spingendo verso la Francia; basterà una sola mezz’ora di ritardo per trovarsi la marea contro e impiegare molto più tempo ad aggirarla.
Io in ogni caso sono fiducioso, conosco Andrea da tanti anni e sono certo, senza alcun dubbio, che sarà in grado di portare a casa un grande traguardo.

Sulla scia del grande Caimano del Lario, non posso fare altro che incanalare dentro di me tutti i ricordi che ho di lui sin da quando ero bambino, unirli a doppio nodo ai consigli di oggi e fare della Traversata il mio più grande traguardo.

Che poi, sarà anche un po’ il nostro.

2018-07-20T09:07:56+00:00 luglio 20th, 2018|La Traversata|1 Comment

One Comment

  1. jimmi luglio 27, 2018 at 12:18 pm - Reply

    Bellissimo racconto ed esperienza 🙂

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