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Ansia: una compagna, una spinta per agire

Abbiamo parlato di eccitazione e ansia evidenziandone le differenze, ma oggi vorrei focalizzarmi su quest’ultima: ardua nemica che forse, così nemica, non è.

L’agitazione è una cosa buffa. A volte ti fa correre al bagno. Altre volte ti fa sentire arrapato. In certi giorni ti fa ridere e non vedi l’ora di batterti. Decidere che tipo di agitazione hai quel giorno è la prima cosa da fare quando devi scendere in campo. Capire la tua agitazione, decifrare ciò che ti dice del tuo stato mentale e fisico è il primo passo per controllarla e farla lavorare per te.

Questa è una delle testimonianze di Andre Agassi, famoso ex tennista statunitense oggi allenatore della sua stessa disciplina.

E leggendo le sue parole, si comprende già che – soprattutto nello sport –  l’ansia è una compagna costante.

Perché dico compagna?

Perché l’ansia è come un arcobaleno che riesce ad assumere diverse tonalità: si può passare dalla paura terribile di fare una cosa al blocco totale del corpo che limita le azioni proprio per una sensazione opprimente. Oppure ancora si possono avere risvolti di eccitazione: persone che cercano di controllarsi ma non riescono, o altre che la comprendono e la interiorizzano, facendone una spinta.

Tutte queste sono delle azioni variegate, e ciascuna viene riportata al carattere stesso della persona.

Quello che è importante sottolineare quando ci sono stati di ansia, è proprio la difficoltà o l’impossibilità di compiere una determinata azione: quasi una specie di “blocco della testa”.

La competizione, poi, è un altro fattore ansiogeno da non sottovalutare.

Più è alta la posta in gioco, più percepiamo importante il nostro compito, più si alzerà il nostro livello di ansia.

Riprendendo altre parole di Agassi, egli parla anche di perfezionismo, la rovina della vita, l’inaridimento dei sogni: perché quando ci si rende conto di aver passato la vita a pretendere la perfezione – come suo padre fece con lui – si realizza che non se la si è goduta, e ormai è troppo tardi per tornare indietro.

E l’ansia – ormai lo sappiamo tutti – se non impariamo a gestirla, non ci paralizza soltanto, ma ci strappa dalle nostre giornate, dalle persone a cui vogliamo bene… e da noi stessi.

Fondamentale è capire cosa causa la nostra ansia, e come noi – esseri unici, diversi da ogni altro – siamo in grado non di eliminarla, ma di capirla, domarla, accettarla e infine farne un’amica.

Io, per esempio, non passo giorno senza pormi le peggiori domande in vista della mia Traversata della Manica.

“E se l’acqua sarà così fredda da paralizzarmi?”

“Cosa farò se mi sentirò male a metà del tragitto?”

E mille altre pensieri.

Il modo in cui ho sempre combattuto contro l’agitazione sin dai tempi di giovane atleta?

Grazie alla mia iperattività.

Mi sono guardato dentro, e ho capito che stare sempre in movimento, svolgere azioni senza mai fermarsi, mi avrebbe aiutato a tenere lontano l’ansia.

Molti miei colleghi sportivi passavano il tempo prima della gara chiusi in se stessi, a vivere e rivivere la gara talmente intensamente da arrivare già stanchi mentalmente ancora prima di compierla; altri invece muovevano il corpo a scatti, tremavano, dimenticando qualsiasi gesto tecnico.

Ora, come ho detto, ognuno reagisce a modo suo.

Io posso solo consigliare questo: fate dell’ansia un alleato.

Se la rifiutiamo, non ci ascolterà mai. Se la capiamo, diventerà la nostra forza.

È difficile, ma i picchi di ansia li avremo sempre.

Dobbiamo solo capire se riusciremo a rimanere focalizzati o ci estranieremo.

A noi la scelta.

2018-05-14T08:17:37+00:00 Maggio 10th, 2018|La Traversata, Vita da allenatore|1 Comment

One Comment

  1. jimmi Luglio 27, 2018 at 11:55 am - Reply

    Bisogna trasformare i problemi in risorse, l’ipnosi ci aiuta per questo così come il coaching.

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